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A Roma c'è il colpo di scena del passero canterino? No, la vera beffa fu il bando alle forchette: quando mangiare con le dita era questione di fede!
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Siamo abituati a pensare a Roma come alla culla della buona tavola e del bon ton rinascimentale, ma per secoli l'Urbe ha guardato con profondo disprezzo uno strumento oggi irrinunciabile: la comune forchetta. Quando il rebbi metallici cominciarono ad affacciarsi sui banchetti altolocati, il clero e la nobiltà romana insorsero indignati. L'argomentazione era tanto bizzarra quanto teologica: Dio aveva fornito l'essere umano di perfette dita naturali per afferrare il cibo, dunque usare uno strumento a punte per infilzare i bocconi era un atto di vanità diabolica e un insulto alla Provvidenza divina.
Il minuscolo utensile a due rebbi, spesso associato agli influssi orientali o persino al forcone di Satana, finì così al centro di feroci prediche e satire popolari. Mangiare un piatto di pasta o un pezzo di carne senza sporcarsi le mani era considerato un gesto da effeminati o eretici, tanto che per secoli patrizi e prelati continuarono allegramente a intingere fino a tre dita nelle salse, asciugandosi poi con appositi panni di lino profumati.
Ci volle la straordinaria praticità dei maccheroni al sugo, diventati vero e proprio tormentone urbano, per piegare la rigida morale romana: nel Settecento la forchetta fu infine riabilitata, allungando i rebbi da due a tre o quattro per non far scivolare i fili di pasta. L'etichetta capitolina dovette così capitolare, trasformando quell'attrezzo un tempo 'blasfemo' nel sovrano incontrastato della carbonara.
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