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Roma

Festival della Divina Sapienza: sette giorni di incontri alla Città Universitaria

Sant'Ivo alla Sapienza riapre al pubblico: visite gratuite dal lunedì al venerdì

Open day carta d'identità elettronica a La Storta, sabato 7 novembre

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Dintorni

Festa dell'Olio Nuovo a Roiate: bruschette, gnocchi e abbacchio alla cacciatora

Choco Italia on tour 2026

Profumi e Sapori d'Autunno sul lungolago di Trevignano Romano

Chocofestival Chieti

Sagra della Rola a Rocca Canterano: castagne e ironia per la Festa del Cornuto

Un giro d’olio nuovo

Sagra della Polenta a Nerola: due giorni ai piedi del Castello Orsini

Olio e Farro 2026

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A Foligno i nobili si portavano la panchina da casa: gli 81 'Canapè' riservati alle terga aristocratiche!
Se pensate che il concetto di 'posto prenotato' sia un'invenzione moderna dei cinema o degli stabilimenti balneari, dovreste fare una passeggiata a Foligno, splendido centro umbro a meno di due ore di treno da Roma. Qui, lungo la passeggiata alberata che costeggia le antiche mura medievali, nel Settecento i nobili locali decisero che camminare andava bene, ma condividere una panchina con il popolo proprio no. Nacquero così i celebri 'Canapè': ottantuno eleganti sedili in muratura a forma di esedra, ciascuno finanziato e fatto costruire a proprie spese dalle famiglie notabili cittadine per il proprio esclusivo riposo pomeridiano. La regola dell'epoca era rigidissima: ogni casata aristocratica possedeva il proprio divanetto in mattoni e travertino, e guai al cittadino comune che avesse osato appoggiarvi le terga durante lo 'struscio' serale. Era una vera e propria lottizzazione del relax pubblico, dove il prestigio sociale si misurava a colpi di cuscini e chiacchiere all'ombra delle mura. Una sorta di privè a cielo aperto ante litteram, pensato per godersi il passeggio senza mescolarsi alla plebe. Oggi, fortunatamente per i visitatori in arrivo dalla Capitale e per i folignati di ogni ceto, le barriere di classe sono crollate e chiunque può comodamente accomodarsi su questi storici divani di pietra. Resta però il gusto unico di sedersi su quello che fu il monumento più raffinato – e vanitoso – alla pigrizia aristocratica del Granducato e dello Stato Pontificio.

A Ferentino c'è il colpo di scena del testamento sull'intonaco: l'incredibile lapide che finanziava merendine e noci per tutti i ragazzini!
Se pensavate che il concetto di merenda gratis fosse un'invenzione dei moderni comitati scolastici, dovreste fare un salto a Ferentino, nel cuore della Ciociaria. Proprio lungo la facciata dell'antico mercato coperto romano, si trova infatti l'epigrafe monumentale di Aulo Quintilio Prisco, un ricco magistrato locale che duemila anni fa decise di farsi ricordare non con una noiosa statua equestre, ma prendendo la cittadinanza per la gola. Nel suo testamento, inciso per l'eternità sulla roccia affinché nessun funzionario furbetto potesse far finta di nulla, Quintilio lasciò una rendita perpetua al municipio destinata a scopi nobilissimi: offrire regolarmente vino e focacce agli adulti, e soprattutto distribuire noci e piccoli dolciumi a tutti i bambini della città. In epoca romana le noci erano l'equivalente dei giocattoli e delle biglie, quindi il generoso benefattore aveva praticamente istituito una festa patronale permanente con scorte di dolci a carico della sua eredità. Per i romani in gita fuori porta lungo la via Casilina, la grande lapide è una tappa obbligata che fa ancora sorridere: un'autentica delibera scolpita nella pietra viva che garantiva a intere generazioni di scolari un meritato spuntino senza spendere un solo sesterzio.

Piazza Saxa Rubra a Prima Porta: assemblea di quartiere per il restyling del capolinea
La storica piazza Saxa Rubra, nodo nevralgico per i pendolari e residenti di Prima Porta, è al centro del dibattito cittadino dopo la richiesta di interventi urgenti di riqualificazione. Tra pensiline ammodernate e una migliore gestione del traffico veicolare, il comitato di quartiere ha incontrato i rappresentanti del Municipio XV per ridefinire gli spazi di sosta e transito. I residenti chiedono una decisa accelerazione sul rinnovo del manto stradale e una maggiore tutela per chi ogni giorno raggiunge a piedi la vicina stazione ferroviaria della Roma-Viterbo. L'obiettivo condiviso è restituire decoro e piena vivibilità al piazzale d'ingresso del quartiere.

A Narni la campana dell'oblio: quando il podestà puniva con una multa salata chi non dimenticava i rancori!
Se oggi per superare un diverbio tra vicini servono anni di tribunali e infiniti messaggi al vetriolo, nel Medioevo a Narni avevano trovato un metodo decisamente più sbrigativo e rumoroso. Negli antichi statuti comunali della splendida cittadina umbra, a poco più di un'ora di treno da Roma, era infatti prevista la cosiddetta 'campana della concordia'. Al rintocco solenne del bronzo civico, tutte le controversie, le faide familiari e gli insulti da ballatoio dovevano essere ufficialmente azzerati sul momento, pena l'ira implacabile del magistrato. Chi veniva sorpreso a rinvangare vecchie offese dopo il suono liberatorio non rischiava una semplice tirata d'orecchie, ma una pesantissima sanzione in denaro comminata direttamente dal Podestà. La legge cittadina imponeva il perdono coatto: se incrociavi il rivale lungo i vicoli in salita, eri obbligato a salutarlo con garbo, mettendo da parte musi lunghi e veleni personali, trasformando la pace sociale in un vero e proprio obbligo amministrativo a tempo di rintocchi. Una trovata ingegnosa e pragmatica che oggi farebbe la gioia di molti condomini romani durante le riunioni di scala: niente psicologi né complesse mediazioni legali, ma solo una grande campana e la minaccia di dover sborsare un patrimonio pur di togliersi lo sfizio di tenere il muso.

A Civita Castellana c'è il Carnevale del carnefice distratto: quando il condannato fuggì tra i coriandoli!
A poca distanza da Roma, nella falesia viterbese di Civita Castellana, la storia locale conserva aneddoti giudiziari degni di una commedia brillante. Durante i festeggiamenti storici del celebre carnevale farnesiano, la folla in maschera e il baccano delle piazze crearono una confusione tale da distrarre persino i rigidi gendarmi pontifici e il boia incaricato della gogna pubblica. Secondo le cronache d'archivio comunali, un malcapitato detenuto approfittò del passaggio di un corteo in maschera per dileguarsi a gambe levate tra trombette e coriandoli, lasciando le guardie a interrogare invano un gruppo di figuranti travestiti da guardie svizzere. L'incredibile episodio trasformò una severa esecuzione della pena nella beffa più commentata dell'intera Tuscia, consolidando la fama dello spirito scanzonato e irriverente che ancora oggi anima le celebrazioni carnevalesche della cittadina.

A Tuscania il sarcofago con il rotolo di ciccia: l'etrusco che si fece scolpire con la pancetta al vento
Chiunque viva a Roma conosce bene la sensazione di aver esagerato con amatriciane e supplì prima della prova costume. Ebbene, gli antichi abitanti della Tuscia avevano risolto il dilemma con largo anticipo e senza alcuna vergogna: esibendo i rotoli di adipe con fiero orgoglio nobiliare. Nel Museo Archeologico Nazionale di Tuscania, a circa un'ora e mezza di macchina dalla Capitale, è infatti custodita la celebre serie dei sarcofagi in terracotta della famiglia Treptie (databili intorno al II secolo a.C.). Tra questi spicca una figura maschile sdraiata sul letto da banchetto che ha fatto sorridere generazioni di archeologi: lo scultore ha riprodotto con impietoso realismo un'addome prominente, solcato da pieghe adipose modellate nell'argilla con minuziosa cura. L'antico nobile non solo non chiese di essere 'ritoccato', ma pretese che la sua abbondanza venisse immortalata per l'eternità. Nel mondo etrusco dell'epoca, infatti, avere la pancia non era affatto un difetto da nascondere con tuniche larghe, bensì il massimo simbolo di opulenza: significava poter banchettare ogni giorno senza doversi spaccare la schiena nei campi. Un autentico monumento al relax e alla buona forchetta che fa sentire ogni gitante romano assolutamente a casa.

La battaglia del Cremera, quando il fosso della Valchetta fermò i Fabii
Il fosso della Valchetta, che attraversa la campagna intorno a Isola Farnese, è il candidato più accreditato per il fiume Cremera delle fonti antiche. Qui nel 477 a.C. andò in scena una delle pagine più drammatiche delle guerre tra Roma e Veio. Secondo la tradizione, la gens Fabia si assunse da sola il compito di presidiare il confine contro gli Etruschi di Veio. I trecento Fabii, con i loro clienti, allestirono un presidio sul Cremera: dopo mesi di scaramucce caddero in un'imboscata e l'intera famiglia fu sterminata, lasciando un solo superstite in città. Oggi lungo la Valchetta non resta alcun monumento che ricordi quella giornata, ma il nome del fosso e le colline intorno sono la stessa scena che gli storici romani avevano in mente.

A Tuscania il sarcofago con il calzascarpe: l'incredibile nobile etrusco pronto a scendere dal letto!
A circa un'ora e mezza di macchina dal raccordo anulare, la Tuscia riserva sempre sorprese archeologiche che farebbero impallidire i manuali di bon ton contemporanei. Nella celebre necropoli di Tuscania, tra le decine di sarcofagi in nenfro che ritraggono i defunti distesi durante il banchetto eterno, ce n'è uno che sembra uscito da una televendita ante litteram: il patrizio etrusco scolpito a grandezza naturale con tanto di calzatura a punta e un evidente attrezzo di metallo impugnato per calzarla senza sforzo alla schiena. Altro che compostezza classica e pose da filosofo greco: il defunto volle farsi immortalare nel pieno della sua quotidiana battaglia mattutina per infilarsi gli stivaletti, immortalando nell'aldilà l'equivalente etrusco del comodo servitore per scarpe. Una testimonianza irresistibile di quanto l'aristocrazia locale amasse farsi ricordare per le comodità domestiche, svelando ai posteri che la pigrizia mattutina è una nobile tradizione che non tramonta mai.

Pista ciclabile lungo il Tevere a Prima Porta: volontari all'opera per liberare il percorso
Muniti di guanti, decespugliatori e sacchi, decine di ciclisti e cittadini di Prima Porta si sono dati appuntamento sulle sponde del Tevere per liberare il tratto iniziale della pista ciclabile fluviale dalla vegetazione infestante. Canne e rovi avevano ristretto notevolmente la carreggiata pedonale e ciclabile. Grazie all'impegno dal basso, il collegamento naturale che conduce verso il centro di Roma è tornato pienamente fruibile per corridori e famiglie. La giornata ecologica si è conclusa con un momento conviviale lungo l'argine del fiume.

A Gubbio il dito rubato nel bastone: l'incredibile reliquia trafugata dal pellegrino in fuga
Se pensate che i souvenir di viaggio siano solo calamite o cartoline, dovreste chiedere lumi a un pellegrino tedesco di qualche secolo fa. Di ritorno da Roma, il devoto visitatore decise che un semplice ricordo non bastava: arrivato a Gubbio, sottrasse un dito dal corpo di Sant'Ubaldo, il patrono della città, nascondendolo astutamente all'interno del proprio bastone da cammino per portarselo a casa come una sorta di 'amuleto' miracoloso. La storia, che ha dell'incredibile, è diventata una delle leggende più bizzarre dell'Umbria. Il povero Santo, rimasto 'menomato' dal furto sacrilego, è ancora oggi venerato nella sua basilica, ma con una particolarità anatomica che fa sorridere e riflettere. Un monito per tutti i turisti moderni: in Umbria, come a Roma, la bellezza va ammirata con gli occhi, ma le reliquie è meglio lasciarle dove si trovano!